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Dolomiti Orientali

 
 

Val San Pellegrino

 
   
   


La Valle di San Pellegrino vista dal Col Margherita. Nell' immagine interattiva proposta ad inizio pagina. Si coglie la straordinaria varietà di forme e colori della lunga dorsale che congiunge le Pale Rabiose al Monte Fop, modellata in rocce di diversa natura ed erodibilità, testimoni di importanti tappe della storia geologica delle Dolomiti. Al centro, le scure scarpate che si elevano dal fondovalle sono scolpite nel porfido, originato da imponenti eruzioni vulcaniche vecchie 280 milioni di anni. Il ripiano alla sommità del Sas dal Musc marca la fine dei porfidi, su cui poggiano gli strati colorati dell’Arenaria di Val Gardena. Questi raccontano di come, 260 milioni di anni fa, il paesaggio vulcanico in erosione si trasformò in una pianura solcata da fiumi che vi riversarono le sabbie derivanti dallo smantellamento dei porfidi. Da quelle antiche sabbie si sono poi originati gli strati di arenaria. A monte del Colifon, gli strati biancastri che virano al rosso verso il Passo delle Selle e la Campagnacia segnano l’avanzata del mare, iniziata circa 250 milioni di anni fa. Sono i calcari e le marne delle Formazioni a Bellerophon e di Werfen, seguiti da poche decine di metri di calcari giallo-rossicci su cui poggiano le pareti sommitali della dorsale Picol Lasté-Monte Fop. Le rocce che compongono queste ultime testimoniano l’avvento delle scogliere tropicali che proliferarono nel mare triassico tra 235-230 milioni di anni fa. Filoni di lava tagliano in verticale il rilievo: sono legati al vulcanismo che interessò l’area dolomitica alcuni milioni di anni dopo e che produsse anche l’intrusione magmatica dei Monti Monzoni. Il paesaggio mostra chiare evidenze del modellamento glaciale: la forma U del tratto orientale di fondovalle, la piccola morena che ha sbarrato il lago San Pellegrino e i depositi glaciali nelle conche prative sagomate nelle rocce più tenere ed erodibili. Il disfacimento delle pareti rocciose ha poi originato gli estesi ghiaioni che ne fasciano la base.

 
 

Gruppo del Latemar

 

 

 

 


Il Gruppo del Latemar visto dal Monte Agnello, in primo piano l’Alpe di Pampeago. Sulla sinistra la Pala di Santa, modellata nei porfidi permiani, digrada dolcemente verso il Passo Pampeago da cui si erge la piramide tronca di calcare che caratterizza il versante meridionale del Latemar. La piccola dorsale Passo Feudo-Dos Capel fa da raccordo con le propaggini settentrionali del Monte Agnello. Salire da Pampeago a Passo Feudo, aggirare il Dos Capel per poi ridiscendere a valle, soffermandosi di tanto in tanto ad ammirare le guglie del Latemar, costituisce un interessante tour geologico. Durante il percorso si incontrano svariate tipologie di rocce e fenomeni geologici ben esposti e facilmente comprensibili, in grado di offrire un quadro esaustivo della storia geologica delle Dolomiti. Nella zona dell’Alpe di Pampeago la tradizione centenaria dell’alpeggio ha nel tempo modificato il paesaggio naturale. Uno degli aspetti più curiosi e originali legati all’antica tradizione silvo-pastorale è rappresentato dalle pitture rupestri lasciate nei secoli dai pastori nelle zone di passaggio e di riposo delle greggi. Le iscrizioni e i disegni venivano impressi sulla pietra utilizzando l’ocra rossa, localmente detta bol, estratta proprio in questa zona.

 

 

Val San Nicolò

 
   

 

 


La Val San Nicolò vista dal Pas Paschè, sullo sfondo l’imponente mole del Catinaccio. La varietà di rocce, forme e colori che contraddistingue i suoi versanti fanno della Val San Nicolò un geo-mosaico che illustra in modo esemplare alcuni dei momenti più significativi della lunga storia geologica delle Dolomiti. Le chiare rocce di scogliera del versante sinistro, formatesi circa 230 milioni di anni fa, contrastano con le tonalità cupe e le forme morbide del Buffaure, modellate nelle lave eruttate dai vulcani attivi nei pressi di Predazzo e dei Monzoni appena pochi milioni di anni dopo, nel Triassico medio. Gli strati colorati dalle tinte grigie, gialle e vinaccia affioranti lungo il crinale che unisce il Pas de Sèn Nicolò al Sas Bianc raccontano di un’epoca più antica, in cui il mare, circa 250 milioni di anni fa, prese lentamente possesso del territorio dolomitico. La valle mostra evidenti le tracce del recente modellamento glaciale, mascherate in parte dalle estese coltri di detrito che fasciano alla base le dorsali montuose e le raccordano con il caratteristico fondovalle pianeggiante colmato dalle alluvioni del Rio San Nicolò.

 

Alta Val di Fassa

   
 
 

 


Uno scorcio dello scenario che si ammira dal Col Rodella. All’inconfondibile mole del Gruppo del Sella e della Marmolada si affiancano le più dolci morfologie dei passi Sella e Pordoi e dei versanti modellati nelle rocce scure del Belvedere e della Crepa Neigra. È evidente l’intima relazione tra la struttura geologica e i tratti morfologici del rilievo, essenza del paesaggio dolomitico. Le vertiginose pareti verticali sono scolpite nelle dolomie (Sella) e nei calcari (Marmolada) di scogliere che si elevavano dagli antichi fondali marini del Triassico. I blandi pendii erbosi dei due passi sono modellati nei teneri calcari marnosi accumulatisi sul fondo del mare che circondava l’antico atollo del Sella.
Le tinte scure e la forma smussata dei versanti del Col di Tenna e della Crepa Neigra rivelano il colore e la profonda alterazione delle rocce di origine vulcanica che li compongono. Rocce legate all’evento vulcanico che ha sconvolto il territorio fassano nel Triassico medio (228 milioni di anni fa). Osservare un panorama dolomitico può costituire un’esperienza che va oltre la pura percezione estetica del paesaggio. Le magnifiche architetture naturali delle Dolomiti, con la loro straordinaria varietà di forme, colori e geometrie, sono fedeli rappresentazioni tridimensionali degli antichi ambienti che caratterizzavano questo territorio nel passato più remoto.

 

 

 

 

   

Gruppo di Brenta

 

 

Pian della Nana

 

   

 


Il Pian della Nana visto dalle pendici del Monte Peller. L’Alpe Nana è nota ai botanici fin dal ‘500 e destò l’interesse dei geologi a partire dalla seconda metà dell’800. Le peculiari rocce calcaree e i fossili in esse custoditi raccontano la storia di questo territorio tra il Giurassico e il Cretacico. Tra 200 e 100 milioni di anni fa la zona del Pian della Nana era al confine tra due ambienti marini molto diversi tra loro. A Est si estendeva la Piattaforma di Trento, un’ampia area di mare basso con lagune bordate da cordoni di isole e spiagge di fine sabbia calcarea; verso Ovest si apriva il Bacino Lombardo con condizioni di mare aperto e profondo. Il Pian della Nana è inoltre un bell’esempio di conca glacio-carsica di alta montagna dove al modellamento glaciale sono succeduti il carsismo, concentrato sul fondo della conca, e la degradazione della roccia, che ha originato estese falde detritiche alla base delle pareti rocciose. Sul finire dell’ultima glaciazione, tra 20.000 e 15.000 anni fa circa, la conca ospitava un piccolo ghiacciaio che erose le superfici di strato disposte a gradoni, accentuando le depressioni e smussando i dossi. Parte del materiale eroso venne accumulato dal ghiacciaio nelle piccole morene ai piedi del Monte Palon, al cui sviluppo hanno contribuito anche i detriti apportati da nevai insediatisi successivamente sui versanti. Al ritiro del ghiacciaio, il carsismo ha scolpito nei calcari ampie conche, inghiottitoi, profondi pozzi e piccoli canali. Sull’altipiano è assente un reticolo idrografico superficiale, poiché l’acqua piovana e di fusione nivale è drenata in profondità dalla rete di condotti carsici che pervadono le rocce alimentando importanti sorgenti in Val di Sole e in Val di Tovel.

 

 

 

Sasso Rosso

 

   
 
 


La dorsale del Sasso Rosso vista da Cima Benon; in primo piano la spianata carsica di Prà Castron e la testata della Val Madris che precipita verso la Valle di Tovel. Risalta il netto stacco cromatico tra il grigio dei calcari del Giurassico e le tinte rosso mattone della Scaglia Rossa del Cretacico, a sottolineare la singolarità geologica delle propaggini settentrionali del Gruppo di Brenta rispetto al massiccio centrale dolomitico. Sullo sfondo la Val di Sole, oltre la quale si apre il corollario di cime del gruppo dell’Ortles-Cevedale e delle Maddalene, montagne contraddistinte da forme del paesaggio più morbide e da tonalità più cupe e omogenee legate alla natura metamorfica delle rocce che le compongono. Lungo la Val di Sole due mondi geologicamente molto diversi vengono a contatto: sul versante sud si trovano le rocce sedimentarie calcareo-dolomitiche di origine marina, sul versante nord le rocce metamorfiche di origine assai diversa e più antica. Ciò è dovuto ai movimenti tettonici avvenuti lungo il tratto solandro del Lineamento Insubrico, la grande spaccatura della crosta terrestre che separa le Alpi Settentrionali dalle Alpi Meridionali. Lungo questa faglia si sono concentrate le spinte tettoniche che hanno sollevato e spostato lateralmente il blocco settentrionale metamorfico rispetto a quello meridionale sedimentario, mettendoli a contatto.

 
       
 

 

Gruppo dell'Adamello

 

 

Passo del Frate

 

   
 
 


La testata della Val d’Arnò, laterale destra della Val di Breguzzo, vista dalla cresta che porta a Cima Val Agosta. Un luogo singolare dove le due anime geologiche di questo territorio si incontrano. A Sud del Passo del Frate si trovano i calcari e le dolomie formatisi nei mari tropicali del Triassico, tra 230-220 milioni di anni fa circa. A Nord affiorano le tonaliti, rocce di origine magmatica vecchie poche decine di milioni di anni. Perché rocce di età e natura così diversa si trovano a stretto contatto? Per rispondere è necessario fare un balzo a ritroso nel tempo, tra i 42 e i 29 milioni di anni fa. A quell’epoca in superficie dominava il mare, ma dalle viscere della Terra un’enorme quantità di magma risalì fino a pochi chilometri di profondità entro la crosta terrestre, dove rimase sepolta dalla spessa pila di rocce sovrastanti. Le antiche rocce incassanti “scottate” dal magma incandescente furono modificate da importanti fenomeni di metamorfismo di contatto. I calcari e le dolomie si trasformarono nei bianchissimi marmi che contraddistinguono la zona del Passo del Frate. Dal lento raffreddamento del magma si formarono invece i graniti e le tonaliti del Gruppo dell’Adamello-Presanella. Questi eventi geologici, avvenuti milioni di anni fa a grandi profondità e lentamente portati alla luce dall’erosione, sono oggi ben leggibili nei caratteristici tratti geomorfologici della vallata.

 
   

Val di Fumo

 
   

 
 


L’alta Val di Fumo vista dal suo versante sinistro. La Val di Fumo è uno spettacolare esempio di valle modellata dall’erosione glaciale; si estende per quasi 11 km in direzione Nord-Sud nel settore meridionale del massiccio dell’Adamello. La valle è scavata nelle tonaliti, dure rocce magmatiche intrusive formatesi tra 42 e 29 milioni di anni fa in seguito al lento raffreddamento di magma risalito fino a pochi chilometri di profondità entro la crosta terrestre. L’uniformità litologica che caratterizza questa zona ha permesso al ghiacciaio di scolpire forme perfette, tra cui spicca l’esemplare profilo a U della valle, mascherato qua e là solo da qualche ghiaione. Nel versante orientale, che culmina con la cima del Carè Alto, sono incisi alcuni circhi glaciali che ospitano piccoli ghiacciai e sono visibili le morene della Piccola Età Glaciale che marcano la posizione più avanzata raggiunta da queste vedrette tra il 1500 e il 1850 circa. Il fondovalle, piuttosto regolare e pianeggiante, compreso tra i 1800 m del lago artificiale di Malga Bissina e i 2300 m della Conca delle Levade, è solcato dal fiume Chiese, alimentato dalle acque di fusione del Ghiacciaio della Lobbia. Torbiere e zone umide hanno colmato le conche di sovraescavazione modellate dall’antico ghiacciaio vallivo, in corrispondenza delle quali il corso del torrente si fa più sinuoso e ramificato.

 

 

 

Alta Val Genova

 

   
 

 

 


Scorcio della testata della Val Genova dove sono conservate chiare evidenze dell’evoluzione dei ghiacciai della Lobbia e del Mandròn, le due principali masse glaciali del Parco Naturale Adamello-Brenta-Geopark. La lettura della morfologia di questo di territorio ha permesso di ricostruirne in modo dettagliato la più recente storia geologica, comprese le vicende legate alla Piccola Età Glaciale: l’ultima importante fase di avanzata dei ghiacciai avvenuta tra il 1500 e 1850 circa. Dal punto di scatto della foto, le fronti attuali dei ghiacciai si intravvedono appena, ma solo 150 anni fa avremmo potuto osservare la lingua del Mandron tuffarsi dall’imponente scarpata in roccia di Acquapendente e la vedretta della Lobbia occupare la conca del Matarot. I torrenti alimentati dalla fusione dei due ghiacciai precipitano verso valle superando con splendide cascate i salti rocciosi scolpiti nella tonalite, la roccia granitica che caratterizza il Gruppo dell’Adamello-Presanella. Qui nasce il ramo di Val Genova del fiume Sarca, immissario del Lago di Garda

 

       
 

Valli Giudicarie e Basso Sarca

 
   

Belggio Lomaso e Banale

 
   
 

 

 


Il Bleggio, il Lomaso e il Banale visti dal paese di Favrio. L’ampia conca è racchiusa da una cerchia di montagne le cui rocce raccontano di una lontana storia geologica, durante la quale importanti faglie hanno posto le basi dell’architettura naturale di questo territorio. In tempi più recenti le vicende glaciali e postglaciali hanno contribuito a modellare la morbida morfologia della piana. Circa 18.000 anni fa, al culmine dell’ultima glaciazione, la conca era occupata dai ghiacci; dal Passo Durone scendeva una lingua del ghiacciaio dell’Adamello e dalla sella di Molveno proveniva un ramo del ghiacciaio presente in Val di Non. All’inizio del ritiro glaciale, la conca, liberatasi dalla morsa del gelo, venne occupata da un grande lago che si estendeva fin quasi a Tione. In seguito alla scomparsa del lago, nelle zone più depresse o protette da dossi di origine glaciale si conservarono isolati specchi d’acqua. Tra questi il lago Carera, che occupava la conca di Fiavè ed era sbarrato dal dosso su cui sorge il paese. Sulle sue sponde tra la prima metà del IV e il I millennio a.C. si sviluppò un importante insediamento palafitticolo, dal 2011 patrimonio dell’umanità UNESCO. Con il tempo anche questi laghi sono scomparsi, interrati da detriti e torba.

 

 

Valle del Sarca

   
 
   


La Valle del Sarca, vista dalla strada che conduce al paese di Ranzo, mostra segni evidenti dei processi naturali che l’hanno modellata. Risalta il profilo asimmetrico della valle: il fianco sinistro, meno pendente, segue l’andamento degli strati calcarei della dorsale Monte Stivo-Monte Cornetto inclinati verso valle; il fianco destro è caratterizzato da alte pareti verticali attraversate da importanti faglie. Fino a circa 15.000 anni fa la valle era occupata da una spessa lingua di ghiaccio. Dalla Val d’Adige, dopo aver superato la soglia di Terlago, il ghiacciaio raggiungeva l’attuale lago di Garda terminando la sua corsa nella zona di Peschiera e Desenzano. L’impronta glaciale è ancora leggibile in molti aspetti del profilo vallivo, come le pareti verticali e levigate del Monte Casale e del Monte Brento o le blande ondulazioni della Valle di Cavedine e del Dos de Santa Cros. Al ritiro dei ghiacci, il paesaggio doveva presentarsi alquanto desolato, dominato da nude pareti rocciose e da un fondovalle ingombro di detriti. Dalle fratturate pareti del Monte Brento e del Monte Casale cominciarono a staccarsi enormi frane: le Marocche di Dro. Sono una delle più estese frane delle Alpi, che hanno ostruito con uno spesso accumulo di detriti un tratto di valle lungo 14 chilometri. Le Marocche sono composte da sei frane di età diversa, la più recente risale a circa 2000 anni fa. Ogni crollo modificava la morfologia del fondovalle e sbarrava temporaneamente il fiume Sarca. Costretta di volta in volta ad aprirsi un nuovo corso, l’acqua aveva formato un lago, riempito poi dai sedimenti trasportati dal fiume. Il conoide formato dal fiume Sarca allo sbocco della forra del Limarò ha sbarrato il lago di Toblino. Dalla seconda metà del ‘900 nel lago confluiscono anche le acque provenienti dal Gruppo dell’Adamello che alimentano la centrale idroelettrica in caverna di Santa Massenza. Il limo glaciale in sospensione conferisce allo specchio d’acqua il suo caratteristico colore.